il Plutarco: l'Abruzzo dei libri

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Una storia iniziata con "Le vite parallele" di Plutarco, primo libro d'Abruzzo,
stampato all'Aquila nel 1482 dal tipografo tedesco Adam de Rotweil.

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martedì, 23 gennaio 2007

Una riflessione sull'importanza dei dialetti e della loro conservazione oggi e ieri

Italo CalvinoAccogliamo con piacere il contributo della blogger Mariaserena sull'importanza dei dialetti con riferimenti ad un'intervista rilasciata da Italo Calvino (pubblicata nel volume: I. Calvino, Eremita a Parigi - Pagine autobiografiche, Oscar Mondadori, 2005. 

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Nel 1976 Italo Calvino risponde, intervistato, ad un'inchiesta sull'uso dei dialetti nella letteratura, sulla loro influenza nella cultura contemporanea e sul loro contributo alla lingua italiana.
Lo scrittore in quell'occasione afferma che "La cultura dialettale ha la sua piena forza fino a che si definisce come cultura municipale" garantendo dunque l'identità di un luogo circoscritto (sia esso città, vallata o contado) proprio differenziandolo da un altro.
Il dialetto secondo Calvino non può essere che "municipale", infatti quando per ragioni sociali o storiche diventa "regionale" esso diventa un "inter-dialetto" ed entra nella fase della sua decadenza; questo fenomeno è accaduto, ad esempio, per la necessità di creare realtà linguistiche più ampie quando masse di emigranti si sono mossi verso paesi stranieri partendo dalla stessa regione, ma non dagli stessi paesi o vallate.
Il dialetto vitale, nel quale una cultura si identifica, non può dunque appartenere che a una realtà culturale ristretta: "distingueva" egli afferma ad esempio, "noi di San Remo dai nostri coetanei di Ventimiglia", e questa specificità è la prova che sussiste "una vitalità espressiva, cioè il senso della particolarità e della precisione che viene a mancare quando il dialetto diventa generico [...]"
Non è difficile riconoscere in queste parole una delle cifre distintive della letteratura calviniana e in particolare l'attenzione e lo studio dell'autore verso le strutture linguistiche e stilistico - poetiche nonché la cura scientifica e la sperimentazione lessicale della sua scrittura più individuabili, forse, nelle opere giovanili, ma meravigliosamente teorizzate nelle altissime e indimenticabili "Lezioni Americane".

Inoltre, continua Calvino, "La ricchezza lessicale (oltre che espressiva) è (cioè era) una delle grandi forze del dialetto. Il dialetto fa aggio sulla lingua quando comprende voci per cui la lingua non ha corrispondenti. Ma questo dura fino a quando durano tecniche (agricole, artigiane, culinarie, domestiche) la cui terminologia si è creata o depositata nel dialetto più che nella lingua." Invece quando il dialetto si snatura e decade passa in secondo piano e fino a diventare dipendente e "lessicalmente tributario della lingua" poiché in queste occasioni "non fa che dare desinenze dialettali a nomi nati nel linguaggio tecnico. E anche fuori della terminologia dei mestieri, le voci più rare diventano obsolete e si perdono."
L'identificare nel dialetto una cultura di un'identità municipale, geograficamente limitata, ma connotata da una identità e vitalità espressiva specifica attribuisce, secondo Calvino, al dialetto la possibilità di definire "un'identità municipale caratterizzante ed autosufficiente" e perciò insostituibile.
Laddove, a causa di un mutamento o un'evoluzione sociale e culturale, si perdono quelle parole che non si usano più, si perdono infatti anche significati e cultura; e non sono sostituibili.
Alcune parole dialettali non hanno corrispondenti in italiano, e quei significati cessano di esistere quando il dialetto decade. E' come se il "significato" (ciò di cui parliamo e sta nel concetto della nostra mente) venisse meno perchè il "significante" (il linguaggio dialettale che dava nome e definiva il concetto stesso) non esiste più.
"Ho vissuto quasi ininterrottamente a San Remo i primi venticinque della mia vita; in tempi in cui la popolazione autoctona era ancora la maggioranza. Vivevo in un ambiente agricolo dove si usava prevalentemente il dialetto [... ]
Quando ho incominciato a scrivere utilmente, mi facevo scrupolo che dietro l'italiano ci fosse il calco del dialetto, perché sentendo la falsità della lingua usata dalla maggior parte degli scriventi, la sola garanzia d'autenticità che mi sembrava di poter avere era questa vicinanza all'uso parlato popolare."

Nei libri suoi libri, afferma infine Calvino che rivendica l'essersi formatosi a contatto una realtà agricola fortemente connotata linguisticamente, sono riconoscibili usi dialettali, ma solo per chi aveva conosciuto e praticato il dialetto.

A questo punto sarebbe forse necessario chiedersi se e come sia ancora possibile preservare e conservare strutture linguistiche, vocaboli e lessico dialettali dall'inevitabile decadenza che si instaura quando accade che i "parlanti" dei dialetti municipali ancora esistenti "smettono di parlare", qualunque ne sia la causa.
E se tra i possibili strumenti da utilizzare non vi sia anche il recupero e la valorizzazione, nonché la divulgazione, di testi in dialetto: folcloristici e popolari o anche letterariamente più "alti".

postato da: abruzzoteramano alle ore 15:07 | link | commenti (12)
categorie: dialetto, mariaserena, italo calvino calvino

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