Dal sito della famiglia De Filippis Delfico curato da Massimo De Filippis-Delfico (Masdefi)
riportiamo alcuni brevi passi dalla nota che lo stesso ha redatto sulla storia e sulla evoluzione degli stemmi della famiglie Delfico, De Filippis e De Filippis-Delfico.
Stemma famiglia Dèlfico
La prima versione dello stemma Dèlfico era costituita dal ramo di alloro (foto sotto), ancora oggi visibile sugli architrave del vecchio Palazzo Dèlfico a Teramo (XVI° secolo), posto al centro dei motti di famiglia ivi incisi nella pietra. Nel corso dei secoli vennero apportate allo stemma alcune importanti modifiche.
Nel 1867 la famiglia Delfico si estingue con la morte di Marina Delfico, ultima della famiglia.
La famiglia De Filippis-Delfico nasce nel 1820 dal matrimonio tra Gregorio de Filippis di Napoli, Conte di Longano, e Marina Delfico. Il relativo stemma, traendo origine dalla fusione dei due casati, ha ovviamente ereditato gli stemmi di entrambe le famiglie.
In esso sono riportati i due stemmi, rispettivamente, delle famiglie De Filippis (alla destra araldica, cioè a sinistra di chi guarda) e Dèlfico (alla sinistra araldica), ancora visibili sul palazzo Dèlfico di Teramo, residenza teramana della famiglia nel XIX° secolo, in corrispondenza del portone principale di ingresso (oggi il palazzo è sede della Biblioteca Provinciale "Melchiorre Dèlfico").
Esistono rappresentazioni diverse dello stemma De Filippis Delfico. Consulta la pagina: http://www.defilippis-delfico.it/Stemma_famiglia_De_Filippis_Delfico.htm

La versione ufficialmente in uso dello stemma De Filippis-Delfico, completa di elmo, cercine, collana e lambrecchini e con la doppia corona di Nobile e di Conte (quest'ultima a 16 perle di cui 9 visibili), depositata presso il CNI, presenta il partito De Filippis sulla destra araldica, con la grafica in accordo a quella visibile sul palazzo Delfico, cioè con le tre montagne rocciose. Sotto lo scudo è riportato l'antico motto della famiglia Dèlfico, "Eat in posteros delphica laurus" -“Giunga ai posteri l'alloro dèlfico”-, motto ancora visibile sull'architrave del vecchio Palazzo Dèlfico del XVI° secolo, lungo Corso S. Giorgio.

Presunto ritratto di Rosa De Filippis Delfico, 1885 ca.
(tratto da www.defilippis-delfico.it)
Cronaca Rosa
Vorrei avere la penna di Edmondo de Amicis o il plettro dorato di Alfredo de Musset e il pennello del mio amico della Monica per rendere degnamente le grate e soavi impressioni provate nel gran ballo degli artigiani al palazzo Delfico. Né l’una o gli altri però mi basterebbero, poiché non dovrei essere assonnato come sono, per le veglie delle scorse notti.
Non di meno proviamoci quanto più brevemente è possibile.
La festa è riuscita, sotto ogni aspetto, brillantissima, e l’ordine il più perfetto si è mantenuto dalle 9 pom. Di giovedì alle 7 ant. Di venerdì, ora in cui l’ultimo galop segnava la fine, non certo desiderata, della festa.
Circa cento coppie danzanti si dividevano il terreno delle due grandi Sali elegantemente addobbate. Il nostro bel sesso artigiano ha mostrato tutt’i tesori che racchiude, in forma di simpatici visini, di occhietti assassini, di capigliature morbidissime, di personcine leggiadre, di toilettes quanto semplici altrettanto ben indossate.
Alle 10 le danze erano già vivacissime. Le due sale erano dirette, l’una dal maestro Mannelli, l’altra dal sig. Natali.
Cominciano ad arrivare gli invitati: il sindaco il prefetto con le loro signore, e le tre famiglie Delfico. La cont. Delfico entra accompagnata da una sua nipote, un vero mugherin dal bel colore, e da suo maritoil conte, e viene accolta da vivo e prolungato applauso. La sua toilette è di color celeste, guarnita da merletti bianchi: perle e brillanti la rendono splendididssima. La sig. Marconsignori conuna schiera di sue compagne le offre un bouquet fatto portare da Ancona, e il socio Albi legge alcuni versi bellissimi del prof. Sinigaglia, col quale poi la contessa si rallegra ringraziandolo.
Una quadrille di ben 40 coppie vien chiamata egregiamente dal sig. Natali, e vi prendono parte la contessa, l0on. Irelli ed altri invitati. Al tacco, le signore e signorine Delfico, la signora Lipari, la signora Cerulli lasciano man mano le sale, e la contessa viene accompagnata da un lungo stuolo di soci all’ingresso de’ suoi appartamenti.
Note del mio taccuino.
Il buffet è copioso e ben servito dal caffettiere tripletta=rinfreschi, vini, liquori e paste: servizio ben ordinato non ostante la grandissima folla.
Le sale hanno un’aria d’eleganza ch’inamora; peccato però che si solleva una polvere che non è la cosa piùsalutare pe’ nostri polmoni. Gli addobbi delle sale e il disegno del giardino improvvisato nella corte sono opera del giovine ing. Narcisi, di cui abbiam parlato altre volte con meritato favore. Il giardino aveva in mezzo una fontana zampillante, ed in fondo un Bacco dipinto a grandezza naturale.
E con ciò diamo un bravo di cuore agli organizzatori della festa e a tutti coloro che fecero opera per la buona riuscita della medesima. Questa festa lascia un gardito ricordo che non si cancellerà facilmente dalla memoria, ed è buon augurio anche per quella che si ripeterà domani sera nelle stesse sale.
da "Corriere Abruzzese", 22 febbraio 1879
a cura di Filonico e Accifst

Sandro Melarangelo, Il palazzo e giardino Delfico come apparivano negli anni Venti
Eccoci al giovedì aspettato e desiderato. Il sole incerto, debole, impotente a diradare le nubi, il vento impetuoso non valgono a sconfortare nessuno. Una schiera numerosa di belle e gentili giovanette, confidenti ed allegre si ripetono: a questa sera. Ma, come le vecchie nonne, prese da stizza e dispetto, alla gioia festosa delle fanciulle che si preparano al ballo, Giove Pluvio, il vecchio barboggio, brontola adirato, e manda giù una fitta pioggia a battere su i vetri delle finestre per dire: non si va, sono io che non voglio. Le graziosi fanciulle fanno spallucce; dànno in un sonoro scoppio di risa, e ripetono anche una volta: a questa sera.
Si va. La corte del palazzo Delfico è già un ridente giardino; alberi, fiori, viali; una fontana manda in aria, molto su, zambilli [sic] d'acqua, che mettono i brividi a Bacco, il quale, stando a cavalcioni su di un botticino, ha i brividi e fa boccacce, al sentirsi tocco dagli spruzzi del fluido odiato. E' un dipinto che chiude un arco, onde la trasformazione, compita con maestria ed in breve ora, fosse stata intera e perfetta.
E' stupenda davvero! ... La grande scala del palazzo, opera egregia ed ammirevole di architettura, è artisticamente illuminata. Gl'invitati la saliscono tra un torrente di luce, per essere accolti con la più squisita gentilezza e cordialità dai socii, deputati a quell'ufficio, che vi guidano all'appartamento destinato alla festa.
In un salotto tra due sale illuminate con gusto ed eleganza, è posta la musica. Il salottino per la toilette è bello, è di tutto fornito. In una sala, in fondo, sta un abbondante buffet, disposte con molto gusto e maestria. Nulla manca, e sul volto degl'intervenuti si scorge la compiacenza e la soddisfazione. Un bravo sincero algiovane direttore, ingegnere Narcisi.
Alle 9 pom. le vaste sale sono affollatissime. Vi si ammira una corona di giovanette, fresche come rose, pure come il giglio delle convalli, elegantemente e modestamente vestite. Le buone mamme seguono orgogliose collo sguarso le loro figlie, che ballano per ballare; ed a vederle è un vero contento. La festa è animatissima. e la gioia schietta e serena regna da per tutto. Evviva! e di cuore, ai figli dell'industria e del lavoro che n'ebbero il gentile pensiero.
Cessa la danza. Giunge il conte Delfico con la famiglia, si levano fragorosi e unanimi applausi. Luisa Marcosignore e le altre della Deputazione offrono alla Contessa un bel mazzo di fiori; l'egregio nostro amico Orazio Albi, legge Fiori modesti alla nobil donna la Contessa Bianca Delfico. E' una poesia ispirata, e diffonde una soave malinconia, che giunge al colmo, chiudendo con i versi:
"E queste foglie che un bel verde imbruna
"Aimé cadranno domani ad una ad una
"Non l'affetto morrà di chi c'invia
"Fior di modestia, fior di leggiadria.
Applausi vivi e prolungati. La Contessa con nobili parole ringrazia il poeta; e noi, stringendo la mano al prof. Sinigallia, è un vecchio patriota, gli diciamo, che teco sonceramente si rallegra e ti fa plauso.
Si balla ... si balla; le sale non si spopolano. Le ore volano. Giove Pluvio non smette l'ira, ed Eulo infuria; nessuno se ne accorge. Alla fine stanchi si danno per vinti. Sorge il sole ed indora le alte cime del Gran Sasso; la folla festosa saluta il ministro maggior della natura. Sono le sette del mattino, la banda precede, la seguono i ballanti. La festa è riuscita splendidissima.
(da: "La Provincia", Teramo, n. 8 del 23 febbraio 1879)
post a cura di Filonico e Accifst
la porta della Carta, il lato occidentale del palazzo ducale, senza il pendant artistico, si affacciano sulla piazza sublime, isolate e nude all'occhio del pellegrino amatore, che ivi conviene da secoli per trovare quel conforto e quelle emozioni che solo all'arte si chiedono e che solo l'arte italiana può dare così dolci, così ineffabili, così confortate di ricordi gloriosi!
1) Palazzo Delfico (a destra nell'immagine) e la via cosiddetta "del Burro". Il palazzo fu iniziato alla fine del XVIII secolo da Melchiorre e dai suoi fratelli. Nel corso degli anni furono realizzati numerosi interventi per abbellire e ingrandire l'edificio che fu portato a compimento da Gregorio De Filippis Delfico, nella prima metà dell'800. Fu interamente ristrutturato, una prima volta, negli anni '50, dopo la donazione alla città di Teramo. Dal 2004, completati gli ultimi lavori di riadattamento, vi è ospitata la Biblioteca provinciale Melchiorre Delfico.
2) Ponticello di collegamento tra il palazzo e il giardino dei Delfico. Tre erano i ponti che collegavano l'edificio al giardino. Furono demoliti negli anni '20 quando la strada fu ampliata, aperta al traffico delle auto e intitolata a Giosuè Carducci. Il giardino conteneva le piante esotiche raccolte dal naturalista Orazio Delfico e i reperti romani collezionati dal padre di questi, Giamberardino. Era luogo riservato alle feste dei ricchi teramani; ospitò rappresentazioni teatrali e concerti. All'inizio degli anni '50 fu reso area edificabile.
3) Fontana delle Piccine, opera dello scultore Luigi Cavacchioli, realizzata sul finire del secolo XIX. Negli anni '20, con l'ampliamento della strada, la fontana fu arretrata di alcuni metri. Fu poi completamente demolita negli anni 50, contemporaneamente alla distruzione del giardino.
Donne alla fontana di via del Burro, tempera di Salvatore Di Giuseppe, primi anni del '900

Palazzo Delfico e ponti di via del Burro, tempera di Salvatore Di Giuseppe, primi anni del '900
Veduta di scorcio dei ponti di casa Delfico, in via del Burro.
L'immagine mostra via del Burro dal lato opposto rispetto alla precedente veduta. Il palazzo Delfico è sulla sinistra e il giardino sulla destra. Sullo sfondo si scorge chiaramente uno degli altri ponticelli che univano il palazzo al giardino e che caratterizzarono questo angolo che fu tra i più belli e romantici della città.
La vicenda di questo edificio è ricostruita nel volume Il Palazzo Delfico, Teramo, Edigrafital, 2004.
I due dipinti qui riprodotti sono tratti dal sito
De Filippis-Dèlfico
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www.defilippis-delfico.it
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curato da Massimo De Filippis Delfico