
Sandro Melarangelo, Il palazzo e giardino Delfico come apparivano negli anni Venti
Eccoci al giovedì aspettato e desiderato. Il sole incerto, debole, impotente a diradare le nubi, il vento impetuoso non valgono a sconfortare nessuno. Una schiera numerosa di belle e gentili giovanette, confidenti ed allegre si ripetono: a questa sera. Ma, come le vecchie nonne, prese da stizza e dispetto, alla gioia festosa delle fanciulle che si preparano al ballo, Giove Pluvio, il vecchio barboggio, brontola adirato, e manda giù una fitta pioggia a battere su i vetri delle finestre per dire: non si va, sono io che non voglio. Le graziosi fanciulle fanno spallucce; dànno in un sonoro scoppio di risa, e ripetono anche una volta: a questa sera.
Si va. La corte del palazzo Delfico è già un ridente giardino; alberi, fiori, viali; una fontana manda in aria, molto su, zambilli [sic] d'acqua, che mettono i brividi a Bacco, il quale, stando a cavalcioni su di un botticino, ha i brividi e fa boccacce, al sentirsi tocco dagli spruzzi del fluido odiato. E' un dipinto che chiude un arco, onde la trasformazione, compita con maestria ed in breve ora, fosse stata intera e perfetta.
E' stupenda davvero! ... La grande scala del palazzo, opera egregia ed ammirevole di architettura, è artisticamente illuminata. Gl'invitati la saliscono tra un torrente di luce, per essere accolti con la più squisita gentilezza e cordialità dai socii, deputati a quell'ufficio, che vi guidano all'appartamento destinato alla festa.
In un salotto tra due sale illuminate con gusto ed eleganza, è posta la musica. Il salottino per la toilette è bello, è di tutto fornito. In una sala, in fondo, sta un abbondante buffet, disposte con molto gusto e maestria. Nulla manca, e sul volto degl'intervenuti si scorge la compiacenza e la soddisfazione. Un bravo sincero algiovane direttore, ingegnere Narcisi.
Alle 9 pom. le vaste sale sono affollatissime. Vi si ammira una corona di giovanette, fresche come rose, pure come il giglio delle convalli, elegantemente e modestamente vestite. Le buone mamme seguono orgogliose collo sguarso le loro figlie, che ballano per ballare; ed a vederle è un vero contento. La festa è animatissima. e la gioia schietta e serena regna da per tutto. Evviva! e di cuore, ai figli dell'industria e del lavoro che n'ebbero il gentile pensiero.
Cessa la danza. Giunge il conte Delfico con la famiglia, si levano fragorosi e unanimi applausi. Luisa Marcosignore e le altre della Deputazione offrono alla Contessa un bel mazzo di fiori; l'egregio nostro amico Orazio Albi, legge Fiori modesti alla nobil donna la Contessa Bianca Delfico. E' una poesia ispirata, e diffonde una soave malinconia, che giunge al colmo, chiudendo con i versi:
"E queste foglie che un bel verde imbruna
"Aimé cadranno domani ad una ad una
"Non l'affetto morrà di chi c'invia
"Fior di modestia, fior di leggiadria.
Applausi vivi e prolungati. La Contessa con nobili parole ringrazia il poeta; e noi, stringendo la mano al prof. Sinigallia, è un vecchio patriota, gli diciamo, che teco sonceramente si rallegra e ti fa plauso.
Si balla ... si balla; le sale non si spopolano. Le ore volano. Giove Pluvio non smette l'ira, ed Eulo infuria; nessuno se ne accorge. Alla fine stanchi si danno per vinti. Sorge il sole ed indora le alte cime del Gran Sasso; la folla festosa saluta il ministro maggior della natura. Sono le sette del mattino, la banda precede, la seguono i ballanti. La festa è riuscita splendidissima.
(da: "La Provincia", Teramo, n. 8 del 23 febbraio 1879)
post a cura di Filonico e Accifst