Il Campanile di San Marco
Articolo non firmato di Guglielmo Aurini, pubblicato in «Il Nuovo Abruzzo», Teramo, 17 luglio 1902)
L'immane disastro che colpisce cosi intensamente l'anima italiana, ha avuto una dolorosa eco nella nostra cittadinanza che l'apprese per mezzo del telegrafo la sera stessa, mentre numerosa e spensierata assisteva nei giardini Delfico ad uno dei soliti programmi fatti di varietà e di allegria. Ed é difatti ben piena d'angoscia questa notizia che, insieme ad altre minacce tristi, giunge dalla prediletta tra le città italiane, dal miracoloso paese sorgente su le acque della storica laguna, nel quale la difficile statica degli edifici è sposata alle altezze più inaccessibili del bello artistico. Pur ieri l'anima italiana trema al pensiero che il Palazzo Ducale, che il merletto marmoreo del quattrocento italiano, non subisse un triste evento, ed ecco sopravvenire fulminea, istantanea la caduta del campanile, la distruzione della loggetta, il danno del palazzo reale. Ah la immane perdita dell'arte! Le storiche campane, le statue più belle del seguace di Michelangelo, lo sfondo marmoreo dei due Liston del Favretto son sotto le rovine, e la Chiesa di S. Marco,
la porta della Carta, il lato occidentale del palazzo ducale, senza il pendant artistico, si affacciano sulla piazza sublime, isolate e nude all'occhio del pellegrino amatore, che ivi conviene da secoli per trovare quel conforto e quelle emozioni che solo all'arte si chiedono e che solo l'arte italiana può dare così dolci, così ineffabili, così confortate di ricordi gloriosi!